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“Bohemian Rhapsody”, l’inesatto Freddie Mercury di Malek

“Bohemian Rhapsody” inizia con l’incontro di Freddie Mercury con Brian May e Roger Taylor e finisce con il concerto del 1985. In mezzo, tutta una vita che il grande pubblico (forse) non conosceva e che i fan più accaniti faticano invece a riconoscere

Otto anni di gestazione, un numero impressionante di cambi nel reparto artistico e tecnico, numerose riscritture della sceneggiatura, hanno portato a quello che oggi è finalmente Bohemian Rhapsody. La storia dei Queen, una delle band più influenti nella storia della musica, riprende vita sullo schermo dagli inizi con l’incontro di Freddie Mercury con Brian May e Roger Taylor, fino al concerto del Live Aid del 1985. In mezzo, tutta una vita che il pubblico cinematografico medio forse non conosceva e che i fan più accaniti della band inglese faticano invece a riconoscere. Perchè Bohemian Rhapsody è un film che sta perfettamente al centro tra il biopic fedele e una riscrittura romanzata quel tanto da garantire empatia e commozione.

I centotrentaquattro minuti che compongono il film, raccontano più che la storia della band, quella di Freddie Mercury, le cui decisioni puramente personali influiranno di riflesso la storia e il futuro dei Queen. Una linea narrativa che sicuramente non era la preferita dei produttori, niente meno che gli stessi Brian May e Roger Taylor. Il progetto iniziale prevedeva infatti un film in cui Freddie Mercury, che doveva da principio essere interpretato da Sacha Baron Cohen, tiratosi indietro per divergenze con la produzione, sarebbe morto a metà della pellicola. Il resto del film si sarebbe così concentrato sulla vita dei Queen post Mercury, con la volontà forse di far conoscere in maniera più approfondita la storia di una band che in realtà è ricordata dai più unicamente per il suo frontman carismatico e infinitamente talentuoso.

Un progetto che molto probabilmente non avrebbe interessato lo spettatore e quindi non avrebbe portato un successo di botteghino sperato invece dalla New Regency Pictures e la Fox. Se pensiamo che poi la regia del film è passata da David Fincher a Dexter Fletcher per giungere infine a Bryan Singer (che ha però abbandonato il set lasciandolo effettivamente nelle mani del suo predecessore, continuando a comparire come unico regista a causa di formalismi e direttive sindacali), è facile comprendere quanto i retroscena abbiano influito sul risultato finale. Nel frattempo, l’interpretazione di Freddie Mercury arriva nelle mani dell’amatissimo Mr. Robot, Rami Malek, mentre la sceneggiatura è definitivamente assegnata a Anthony McCarten.

Ne deriva allora un film che decide di spostare la cronologia reale degli eventi, di ometterne qualcuno e di caricare alcuni personaggi in scena, per confezionare un vero omaggio a Freddie Mercury, senza però risparmiarsi dal mostrare i lati più oscuri del suo carattere e della sua formazione. A partire dal forte desiderio di esprimersi che lo ha portato a candidarsi come nuovo frontman degli Smile, nome precedente della band inglese, passando per la relazione tra Mercury e la fedelissima Mary Austin, i primi successi, la registrazione in studio della canzone Bohemian Rhapsody e i conseguenti screzi con il produttore, per arrivare alle tentazioni della carriera da solista, la scoperta dell’omosessualità, la malattia e infine il ricongiungimento con i vecchi amici alla vigilia del concerto del Live Aid. Una storia molto più che sfaccettata, che però deve comprimersi per adattarsi al mezzo cinematografico.

Non ci soffermeremo certo a analizzare le differenze tra film e reale biografia di Mercury e dei Queen: quello che interessa allo spettatore, e i creatori del film lo sapevano bene, è emozionarsi ancora una volta di fronte alla grandezza di una rockband tanto inimitabile. Così, non è tanto quello che viene raccontato a rendere Bohemian Rhapsody un film godibile, ma il come. A partire dal reparto artistico: ogni attore si è immedesimato nella parte studiando i movimenti giusti e le espressioni da tenere sul set per far sembrare tutto il più verosimile possibile. Gwilym Lee porta in scena un Brian May fedelissimo di cui sicuramente la controparte nella vita reale non può lamentarsi. Ma è chiaro che i riflettori sono tutti puntati su Rami Malek e il suo Freddie Mercury.

Nonostante all’inizio del film l’enorme dentiera che mette in mostra gli incisivi distolga parecchio l’attenzione e rischia di creare una caricatura più che un ritratto fedele, Malek dimostra di poter arginare questo problema tramite uno studio preciso e misurato della mimica facciale di Mercury. Grazie a un’immedesimazione di questo tipo, la somiglianza in alcuni momenti del film è davvero impressionante e riesce a scatenare l’emozione di rivedere in scena un talento tanto smisurato. Non è da meno il meticoloso impegno che l’attore ha speso per ricreare le movenze che hanno sempre caratterizzato Mercury sul palcoscenico, riuscendo così a colmare la distanza più grande e inarrivabile tra l’attore e il cantante.

Non è stato infatti possibile far cantare a Malek le canzoni dei Queen in scena, costringendolo a un continuo playback sulla voce originale e su quella dell’imitatore Marc Martel. Ma come poteva essere altrimenti? Chi mai avrebbe potuto raggiungere una perfezione canora di quel tipo, senza tradirne l’essenza e renderle giustizia? E infatti, i momenti più emozionanti del film, che catturano l’attenzione e muovono a commozione, sono proprio quelli durante i quali Marcury/Malek è al pianoforte a improvvisare nuovi capolavori, o quando i Queen sono sul palco a suonare e a tessere le fila di un’empatia con il pubblico che pochi altri hanno raggiunto.

Non sarebbe stato possibile però raggiungere un livello di questo tipo, senza l’apporto del reparto tecnico del film. La fotografia di Newton Thomas Sigel, le scenografie maestose e bellissime, i costumi ricreati con cura e meticolosità, concorrono tutte a ricreare un ambiente fedele a quel periodo storico e inglobare l’attenzione del pubblico tutto teso a battere il piede a suon di canzoni dei Queen. Così l’atmosfera che permea il film si riverbera al cinema rendendo il pubblico partecipe non solo della vita di Mercury in tutte le sue sfaccettature, ma anche e soprattutto di quegli eventi unici che sono stati i live di una delle band più apprezzate di sempre.

Nonostante i problemi di ritmo che il film ha, specialmente nella parte centrale e che sono sicuramente figli di quella lavorazione sofferta e complicata, Bohemian Rahpsody, grazie alla magia delle canzoni dei Queen, riesce a riempire la durata considerevole senza mai annoiare o a togliere curiosità. E se i fan più accaniti riusciranno a perdonare un protagonista che non può essere perfetto e parecchie licenze artistiche dello script, anche loro potranno lasciarsi trasportare da un film che tra le intenzioni primarie ha avuto quello di rendere omaggio a un performer di inarrivabile talento.