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I Cor Veleno hanno lottato per un rap migliore

In vent’anni di carriera i Cor Veleno hanno regalato a Roma uno degli scenari hip hop più importanti di sempre: «Abbiamo lottato e dato tanto perché il rap in Italia raccogliesse consensi e aumentasse di spessore»

Cor Veleno, foto di Beatrice Chima

Esiste un prima e dopo Cor Veleno. Il gruppo romano a cavallo tra gli anni novanta e gli anni duemila ha fatto da ponte tra crew romane, unendo e regalando alla città uno degli scenari hip hop più importanti e influenti di sempre. E non è un’eresia affermare che senza di loro probabilmente oggi non avremmo rapper del calibro di Gemitaiz, Gemello, Noyz Narcos e Coez (quattro artisti che quest’anno hanno condiviso i vertici della classifica FIMI con i loro dischi). «Negli ultimi vent’anni abbiamo lottato e dato tanto perché il rap in Italia raccogliesse consensi e aumentasse di spessore», dicono.

Oggi i Cor Veleno tornarno con un nuovo disco che vuole essere un omaggio all’amico e compagno di palco Primo (il rapper scomparso la notte di capodanno di due anni fa) e al suo talento, in cui si conserva il testamento di un’intera generazione di rapper e si consacra la storia di un genere: «Ciò che abbiamo fissato dentro questo disco era ogni singola risorsa di cui disponevano. E il risultato è stato molto al di sopra delle aspettative».

Lo spirito che suona è il primo disco dei Cor Veleno dopo la scomparsa di Primo, vuole essere una fine o un nuovo inizio?
Assolutamente no. Quando abbiamo iniziato a lavorare al disco abbiamo cercato essenzialmente di mettere a fuoco il momento che il gruppo stavo attraversando. Non c’è una fine vera e propria, la nostra musica continua e lo spirito del titolo del disco offre questa chiave di lettura, da una parte Primo che in ogni sessione di lavoro con le sue rime era presente. Ma allo stesso tempo anche lo spirito che ha unito tutte le persone che hanno lavorato a questo disco da Giuliano Sangiorgi a Coez, Gemitaiz, Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion, MezzoSangue, Madman, Marracash, Danno e Roy Paci.

Cor Veleno, foto di Paolo Marchetti

Quanto Primo c’è all’interno del disco?
Moltissimo, anche se il Primo che ascolterete nel disco è un un rapper molto più intimo del solito.

In molti Stati americani il funerale è concepito come una festa, un modo per ricordare e guardare al dono della vita con rinnovato entusiasmo. Il concerto dell’Altantico, e in generale tutto ciò che ha caratterizzato la carriera dei Cor Veleno dopo quel Capodanno 2016 può ritenersi un rito pieno di vita, energia collettiva, non triste ma coraggiosa?
Sicuramente, fa parte della maniera di vivere la musica, di celebrare ogni istante della vita stessa, non importa che sia quella di un musicista o l’uomo della strada. Ciò che abbiamo fissato dentro questo disco era ogni singola risorsa di cui disponevano. E il risultato è stato molto al di sopra delle aspettative.

All’interno avete ospitato molti amici di vecchia data che vengono dal vostro stesso background (Coez, Mezzosangue, Danno) ma anche artisti che in realtà sono molti distanti dal vostro mondo, come Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Come avete scelto queste collaborazioni?
Non abbiamo avuto nessun criterio particolare per scegliere gli ospiti, se non quello di fare un grande disco, e nel farlo dargli un suono che raccontasse da cima a fondo l’amore per il nostro amico. Certamente alcuni degli artisti, sulla carta, sono lontanissimi per genere musicale, ma quello che gli addetti ai lavori o i cosiddetti generi musicali separano, la musica fa di tutto per unire. Questo è il risultato de Lo spirito che suona.

Cosa ha rappresentato per la scena romana il vostro progetto?
Non so se per la scena romana o se per qualche artista di qualsiasi parte del Paese i Cor Veleno hanno rappresentato una diversa visione di fare la musica o meno. So che l’affetto che in tutti questi anni la gente e colleghi in genere ci hanno mostrato è sempre stato molto più grande di quello che pensavamo. E quello che è una singolarità, la cosiddetta romanità, molti dei ragazzi che sono cresciuti qui, la riconoscono in noi. Come riconoscono buona parte dei nostri codici. In generale riteniamo di avere lottato e dato tanto perché il rap in Italia raccogliesse consensi e aumentasse di spessore.

Cor Veleno, foto di Paolo Marchetti

Cosa invece può rappresentare Lo Spirito che suona per le nuove leve?
Lo spirito che suona è senza dubbio un buon punto per conoscere la musica dei Cor Veleno e per approfondire molto del nostro vissuto e delle sonorità che abbiamo sempre ricercato. I ragazzi che ascoltano il rap oggi sanno di trovare dentro la nostra musica la forza di un suono che non ha mai smesso di scavare.

Chi sono per i Cor Veleno i nuovi Cor Veleno?
In Italia al momento è pieno di artisti validi, di artisti veri, con le palle. Artisti che fanno questo lavoro al top, ma fare paragoni è qualcosa di ingiusto. Ognuno ha la sua storia.

Parlando di social, è evidente che voi fate un utilizzo dei social mirato e intelligente finalizzato principalmente a promuovere la vostra musica. La scena rap contemporanea, invece, sembra pensarla diversamente, oggi siamo di fronte a rapper sempre più influencer. Non credete?
Penso che i social abbiano sempre di più un ruolo chiave, fondamentale, ed è giusto che sia così. Ovviamente, fare musica e essere un influencer, non vanno necessariamente di pari passo. E soprattutto, dentro i social bisogna sempre mettere qualcosa di autentico, altrimenti l’effetto è quello di un boomerang.