in

Quarant’anni di “Shining”: King VS Kubrick

Sono già passati quarant’anni da quando il “King” (in tutti i sensi) del genere horror pubblicò uno dei suoi romanzi di maggior successo: Shining. Da oggi, in occasione della festività di Halloween, e solo fino al 2 novembre, la sua reinterpretazione cinematografica, diretta da Stanley Kubrick, ritorna al cinema preceduta dal breve documentario Work and Play, permettendo così a milioni di fans di vedere, magari per la prima volta, «l’ondata di terrore che ha travolto l’America» direttamente sul grande schermo.

Nonostante il regista americano sia ritenuto uno dei più grandi ed influenti cineasti di sempre e sebbene il “suo” Shining, sia stato inserito nel gotha dei migliori film del genere thriller-horror, diventando presto un cult, lo scrittore e “padre ideologico” dell’opera, Stephen King, non ha mai fatto mistero di non apprezzarlo affatto, definendolo anzi in più occasioni «freddo e distaccato» rispetto alla sua versione invece «calda ed accogliente». Le due versioni sono davvero così differenti? Proviamo ad offrire una breve panoramica confrontando l’originale letterario con la sua reinterpretazione hollywoodiana.

Potreste forse stupirvi se vi dicessi che la mitica stanza 237, luogo abitato da oscure presenze e teatro del terribile omicidio (avvenuto dieci anni prima della vicenda dei Torrance) di un’intera famigliola, non è la stessa stanza del libro; che infatti è la 217. Perché tale mutamento? Apriti cielo! I dietrologi asseriscono che il numero 237 sia solo uno dei tanti indizi disseminati dal regista lungo il film – al pari del terribile maglioncino “Apollo 11” fatto indossare in alcune scene al piccolo Danny – per confessare, solo all’osservatore attento, il fatto che egli sarebbe stato implicato nella messa in scena dello sbarco sulla Luna datato 1969; mai realmente avvenuto secondo i complottisti. 237.000 miglia sarebbe infatti la distanza media, (molto) arrotondata per difetto, tra Sole e Luna. La spiegazione razionale invece è quella che gran parte delle riprese dell’Overlook Hotel sono state girate in un reale albergo e che il suo proprietario, temendo che i clienti, per ovvi motivi, non avrebbero più soggiornato nella stanza 217 dopo aver visto il film, spinse Kubrick ad optare per il numero 237, invece assente dalla numerazione delle camere.

E che dire del finale? In cui uno Jack ormai spiritato insegue Danny nel labirinto, rimanendo poi prigioniero dell’intricata trama di quest’ultimo, finendo per morire assiderato nell’iconica posa con i denti digrignati? Se avete letto il romanzo scordatevi il labirinto e sostituitelo invece con una caldaia! È proprio quest’ultima infatti il leitmotiv della narrazione. I personaggi combattono costantemente con una caldaia che fa le bizze e, la tappa nel locale caldaie per la regolazione del pressostato, diventa obbligatoria per evitare che quest’ultima vada “fuorigiri”. Nelle rocambolesche vicende del finale i personaggi di King preoccupati a sfuggire, badate bene, ad una mazza da roque impugnata da Jack e non dalla famigerata ascia, si dimenticano della caldaia, che esploderà portando via con sé Jack ma non Danny, che in un lampo di lucidità riuscirà a portar via dall’Overlook se stesso e la madre, prima che sia troppo tardi.

Vi lascio presentandovi un’ultima scena che secondo molti è l’evidente manifestazione del fatto che Kubrick si sia preso gioco di Stephen King e del suo rifiuto di accettare le differenze del film. L’imputata questa volta è una Volkswagen rossa, che Dick Halloran, il cuoco che condivideva con Danny il dono della “luccicanza”, vede fuori strada quando guida verso l’Overlook Hotel nella tormenta, nel disperato tentativo di soccorrere proprio il piccolo. Quell’auto rossa, nel libro, è precisamente quella guidata da Torrance all’inizio della narrazione. Semplice casualità o preciso messaggio?

Questi sono solo alcuni estratti della miriade di citazioni, simboli, riferimenti – peraltro magistralmente trattati nel documentario Room 237, spesso trasmesso da Sky arte – che milioni di spettatori hanno rintracciato nelle varie sequenze del film nel corso degli anni. Sperando di aver messo abbastanza carne al fuoco, ritengo che non possa esserci miglior serata, di quella dedicata a fantasmi e streghe, per rituffarsi nei corridoi infestati da demoniache presenze dell’Overlook Hotel.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *