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Bugo: «Gli Oasis mi hanno fatto sempre un effetto strano»

«Non ero un amante del britpop, i “rivali” Blur li avevo ascoltati e pure visti dal vivo, ma loro per me erano qualcosa di più»: Bugo racconta gli Oasis a ventidue anni dall’uscita di “(What’s the Story) Morning Glory?”

Il 2 ottobre del 1995 avevo 22 anni e usciva il secondo album degli Oasis. All’epoca ero molto preso con il rock, Nirvana e Beck e quel disco me lo ricordo bene (l’anno precedente avevo comprato anche il disco d’esordio). (What’s the Story) Morning Glory? me lo ricordo per la potenza della prima canzone, Hello: metti su il disco e ti arriva una botta, per essere un ciao era bello dirompente, io conoscevo già Ciao ragazzi di Celentano e Hello, Goodbye dei Beatles, ma un ciao cosi potente mi colpi molto.

L’anno seguente, nel 1996, andai a vederli anche dal vivo a Milano. Non ero un amante del britpop (cosi veniva chiamato), i “rivali” Blur li avevo ascoltati e pure visti dal vivo, ma gli Oasis per me erano qualcosa di più, diversi, e la parola britpop mi sembrava una trovata giornalistica. Del mio giro di amici eravamo in pochi ad ascoltarli, a parte me e il caro Andrea Bellingardo, che con la sua chitarra mi suonava spesso le canzoni di (What’s the Story) Morning Glory?. Gli altri amici non li ascoltavano perché dicevano che se la tiravano. Boh, io pensavo, e allora? Ho anche visto un’intervista di Omar Pedrini in cui diceva che all’inizio pensava fossero dei poser, gente finta, poi si è ricreduto per fortuna.

Insomma, gli Oasis mi hanno fatto sempre un effetto strano, per i loro modi eccessivi contrapposti a certe canzoni piene d’amore. Negli anni a seguire i miei ascolti si sono aperti anche ad altri gruppi e altri generi, ma dentro di me gli Oasis hanno un posto speciale, tanto da essere un riferimento esplicito nel suono della mia recentissima raccolta RockBugo (Bugo: «La vita è a metà tra rompersi i coglioni e godersela»).