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Joey Tempest, gli Europe e la sua vita nella Londra della Brexit

Gli Europe, la reunion e il nuovo disco nato nello studio dove fu registrato “The Dark Side Of The Moon”, Joey Tempest si racconta: «Ora ho il pieno controllo della mia musica».

Quando lo chiamo, Joey Tempest è da poco rientrato nella sua casa di Londra per una breve pausa dal The Earth Tour, la tournée con la quale gli Europe stanno promuovendo Walk the Earth, l’album registrato nel 2017 nello studio tre degli Abbey Road Studios di Londra (lo stesso che ospitò tra il 1972 e il 1973 le registrazioni di The Dark Side Of The Moon). Uno stop che durerà appena cinque giorni, dopodiché la band di The Final Countdown tornerà sui palchi europei, prima in Irlanda e Regno Unito, poi in Europa meridionale, con un concerto a Bologna il 2 ottobre: «La prima volta che siamo venuti in Italia era il 1988 e da quel giorno facciamo tutto il possibile per tornarci con ogni nuovo album. Si è creata una buona connessione, così come credo ci sia in generale tra gli italiani e gli svedesi. È un piacere ogni volta suonare per voi e vorrei ringraziarvi per questo, per essere stati sempre forti, entusiasti e fedeli», mi confida.

Come riesci a trovare la concentrazione per affrontare tour così lunghi e così stressanti a livello fisico?
Con il resto della band cerchiamo sempre di programmare per bene le cose e di non essere tutto il tempo in tour, così da avere tempo da dedicare alle nostre famiglie e di rimetterci in sesto. I viaggi possono essere stancanti, ma suonare duranti i concerti non lo è mai. Ogni volta che ti trovi davanti alla folla è una sensazione fantastica e questo ti ripaga di ogni viaggio.

Che poi fu proprio lo stress da tour che portò allo scioglimento degli Europe agli inizi degli anni novanta.
Sì esatto. Eravamo parecchio in tour durante i primi dieci anni della band e questo sicuramente ha avuto un peso sulla decisione di sciogliersi.

La scelta di separarvi è una scelta che oggi rimpiangi?
No, alla lunga credo che sia stato un bene. Ognuno di noi durante quel periodo ha fatto nuove esperienze, ha suonato con diversi artisti o ha pubblicato un album solista. Quando abbiamo ricominciato insieme eravamo carichi e ispirati. Quindi credo che sia stato un bene per noi, anche se, ovviamente, è stata una scelta difficile a quel tempo perché eravamo giovanissimi e tutti amici. Ci mancavamo, tanto da tornare insieme nel 2004.

Quindi è stato un po’ come riprogrammare se stessi?
Sì, direi di sì.

C’è qualcosa che avresti fatto di diverso con gli Europe?
No, abbiamo sempre dato il massimo. Ovviamente fai dei tentativi, impari più a fondo uno strumento e la musica, provi ogni volta a fare di meglio, ma sinceramente penso che gli Europe abbiamo dato tutto quello che potevano ogni anno, ogni mese, ogni giorno. E spero che continueremo ancora a migliorare.

Da quando siete tornati insieme il vostro lavoro è stato enorme. Trovi che avere nuova musica da suonare ti stimoli ad andare in tour anche dopo quasi quarant’anni di carriera?
Amiamo molto essere in studio a registrare, quindi questi sei album sono stati una bellissima esperienza per noi. Ciò che ci piace ancora di più, però, è suonarli live. È sempre eccitante tornare in tour avendo dei nuovi pezzi che adoriamo. Dopotutto se non ci fossero nuovi album da suonare non avremmo l’occasione di essere qui oggi, o meglio, non saremmo proprio in tour.

Walk the Earth è stato inciso negli Abbey Road Studios; questa storica location in cui hanno registrato i grandi vi ha dato qualche energia in più?
Assolutamente. Abbiamo trovato una grande energia e tantissime emozioni. Abbiamo lavorato nello studio tre, in cui i Pink Floyd registrarono, tra le altre cose, The Dark Side Of The Moon, e, insieme ai nuovi strumenti, abbiamo usato molta vecchia attrezzatura che venne usata sia da loro che dai Beatles. Ciò che ne è uscito fuori è un bel mix. Posso dire che è stato entusiasmante scrivere dei testi e in generale lavorare lì, perché noi tutti sapevamo quante cose fantastiche sono uscire fuori dagli Abbey Road Studios e questo ci ha decisamente caricato.

Walk the Earth riprende molte sonorità degli anni settanta. In una precedente intervista hai detto che il miglior rock & roll è stato scritto proprio in quegli anni. Come pensi saranno ricordati invece, in un prossimo futuro, gli anni dieci del duemila?
Quello che intendevo dire è che le migliori tecniche di registrazione appartengono a quegli anni, non necessariamente che ne sia uscito il miglior rock & roll. Dopotutto è stata fatta dell’ottima musica anche durante gli anni ottanta e novanta, e questa continua ad essere prodotta anche oggi. L’importanza degli anni settanta deriva dal modo in cui venivano registrati la batteria, il basso, la chitarra e persino le voci: tutto era molto vicino alla perfezione rimanendo caldo, dinamico e reale. Poi è arrivata l’era digitale. È importante per le nuove band continuare ad usare alcune di queste tecniche, così che il suono rimanga più umano e invitante. Ci sono gruppi come i Rival Sons o i giovanissimi Greta Van Fleet che sono fantastici e registrano ancora così. È importante trovare sempre nuove band meritevoli e supportare la musica rock.

Guardando un documento su Bowie, mentre eseguiva Heroes, ho pensato che cambiasse di continuo l’arrangiamento perché è complicato riuscire sempre a interpretare con gli stessi stimoli una canzone tanto iconica. Voi avete scritto una delle ballate più celebri di sempre. Come vi approcciate all’esecuzione di The Final Countdown?
Ci piace sempre suonare The Final Countdown. L’energia che ci restituisce la folla ad ogni show è impagabile, quindi ci piace molto farla live, ma non credo che nessuno di noi l’ascolti a casa o cose simili. La teniamo sempre in scaletta, ma non è l’unico pezzo popolare che ci portiamo dietro dal primo periodo: ci sono anche Rock The Night, Superstitious, Carrie o Cherokee. In più ci sono, ovviamente, le nuove canzoni che riscuotono anch’esse un buon successo e che amiamo suonare, come quelle di Walk the Earth. Ogni concerto è quindi un mix e a noi piace così.

Tirando le somme dopo tutti questi anni di carriera, qual è stato l’aspetto più bello del successo?
Devo dire che mi sto godendo molto questo periodo perché ora, posso pianificare meglio le cose, ho un buon rapporto con la band e l’affetto della famiglia che mi supporta in tour. È piacevole avere ancora successo con gli Europe come l’abbiamo noi a questo punto della carriera, ed è sempre bello essere su pista.

E quello negativo?
Sicuramente il viaggiare: essere lontano dai bambini e da casa. Ma ripeto, tutto è ripagato quando saliamo sul palco davanti alla folla.

Pochi giorni fa Bono degli U2 ha espresso la sua opinione sull’Europa dicendo che «l’Europa deve passare dall’essere un’idea all’essere un sentimento». Da svedese che vive a Londra, cosa ne pensi della Brexit e dell’Unione Europea?
Mi interessa molto la politica, a casa si è sempre parlato di politica, ho le mie idee, ma vorrei che fossero tenute separate dalla musica. Penso che sia importante, però, che le persone si capiscano le une con le altre, come avviene nella comunità musicale: qui non ci sono confini, amiamo tutti la musica e apparteniamo tutti allo stesso gruppo. È come una società ed è strabiliante. Credo che il mondo debba essere un po’ lo stesso. È importante includere tutti, cercare di capire le diverse personalità e lavorare insieme. Credo davvero in questo, nel lavorare insieme.

Il discorso dell’integrazione è molto attuale qui in Italia ad oggi.
Io credo fermamente nell’integrazione: questa esiste sin dalla nascita del nostro pianeta ed è un processo naturale.